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Christine Lavant

La marmocchietta del diavolo

«Wrga, la guercia, aveva una marmocchietta scambiata. A volte però fingeva di non saperlo e chiamava la marmocchietta con il suo bel nome. Sì, lo trovava proprio bello, anche se il parroco di Duldig aveva detto che quel nome era una punizione, perché così si chiamava la regina traditrice e se fosse stata un maschio avrebbe dovuto chiamarsi come lo spietato imperatore «Napoleone». No, non conosceva pietà il parroco, quando si trattava di peccati, e dare alla luce un bambino senza un padre è proprio un grave peccato. E nemmeno per Wrga aveva fatto eccezione, sebbene avesse un occhio di vetro più grande e molto più bello dell’altro».

Sin dalle prime battute affiorano, favolose, la tradizione popolare della Carinzia meridionale e il mondo contadino con la sua percezione animistica e quasi stregonesca della realtà. Zita, la protagonista di questo racconto di Christine Lavant, è la figlia illegittima di una povera contadina ed è nata con delle gravi menomazioni fisiche e psichiche. La gente del villaggio, tanto cattolica quanto superstiziosa, ha una sola spiegazione per il suo triste destino: gli spiriti maligni hanno rubato la bambina alla madre dopo il parto e l’hanno sostituita con una Wechselbälgchen, una marmocchietta del diavolo. Si dice che portino sfortuna.

La Lavant descrive l’esclusione di una persona diversa e fragile dalla piccola comunità in cui è nata rievocando, sotto traccia, anche lo sterminio nazista delle “vite indegne di essere vissute” di cui fu probabilmente testimone durante un suo breve ricovero in psichiatria nel 1935 a seguito di un tentativo di suicidio. Come gli altri suoi racconti anche La marmocchietta del diavolo non si sviluppa in orizzontale, ma cresce in profondità. Scava nell’anima dei personaggi e la mette a nudo con le sue storture, i punti ciechi, là dove Dio è assente e imperversano le passioni umane. Lo sguardo lucido ma non impietoso permette all’autrice di farsi largo in quel pozzo di umiliazione che è la vita nelle regioni estreme della povertà, tra privazioni fisiche e morali, lasciando emergere qua e là quell’unico filone di luce e di consolazione che arriva talvolta dalla presenza di un animale, di un bambino, di una madre.

Non è noto quando sia stato scritto il racconto, il testo non vide mai la luce e lo si è ritenuto a lungo perduto fino a quando nel 1997 non se ne è scoperta una copia dattiloscritta. La Grande Illusion lo propone per la prima volta in italiano nella traduzione di Anna Ruchat come terzo volume della collana “Situazioni” nella veste grafica approntata sul testo da Alice Beniero (qui un estratto del libro).

Stampata in offset dalla Fantigrafica di Cremona in una tiratura commerciale di soli 800 esemplari, con caratteri Kingfisher e Mr Eaves XL Sans su carta Fedrigoni Freelife Vellum White 120 g. Confezionato dalla Legatoria Venturini di Cremona in brossura filo refe con copertina in cartoncino Fedrigoni Nettuno Blu Navy 280 g e sovracoperta in Fedrigoni Constellation Country 170 g.

120 x 197 mm

96 pagine

brossura filo refe con sovracoperta

finito di stampare il 25 novembre 2019

978-88-941348-7-2

17,50 €